Come raccontare il vino nell’era digitale | Intervista a Studio Cru

Mihaela Cojocaru • 30 settembre 2025

In un mondo del vino sempre più competitivo, dove le etichette non bastano a parlare da sole, la comunicazione diventa un’arma strategica. 

Michele Bertuzzo, fondatore e CEO di Studio Cru, ha intuito questo valore già nel 2007, quando decise di unire la sua esperienza in PR, TV e pubblicità con la passione per il wine & food. Oggi guida un team di oltre 20 professionisti che portano i brand italiani in 18 paesi del mondo, collaborando con cantine iconiche e consorzi di riferimento.


Con lui esploriamo i trend più attuali della comunicazione del vino – tra eventi, social media, digital marketing e PR internazionali – per capire come una cantina può davvero farsi conoscere e distinguersi, trasformando la propria storia in un racconto che arrivi al cuore di giornalisti, influencer e consumatori.



Michele, tu vieni da esperienze nelle PR, nella TV e nella pubblicità: cosa ti ha spinto a specializzarti proprio nel mondo del vino e del food, e come hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?


Mi sono sempre piaciute le storie e qui ne puoi trovare quante vuoi. Sono le persone a fare la differenza. Solitamente – non dico sempre, ma spesso – in questo settore puoi incontrare uomini e donne con grandi storie alle spalle, persone che hanno dedicato la loro vita a comprendere, sperimentare, innovare; senza lesinare tempo o risorse. Ci sono storie meravigliose che non aspettano altro che di essere raccontate.



Quali sono oggi gli elementi più importanti per differenziare una cantina attraverso la comunicazione, in un mercato saturo di messaggi e brand?


A fare la differenza è sempre l’autenticità. A volte, molti artigiani del vino e del cibo, non si accorgono nemmeno delle cose fantastiche che fanno e magari si limitano ad emulare qualche esempio di successo. Essere veri paga sempre. Non dimentichiamoci però che la vera differenza la fa il prodotto. Una bella comunicazione di un prodotto che non funziona, che non incontra più il consenso del mercato, è come dare una mano di vernice ad un’auto vecchia.



Dal vostro osservatorio, quali sono le principali novità nei social media che le cantine dovrebbero iniziare a sfruttare per raccontarsi e farsi conoscere?


I social media hanno permesso a chiunque di diventare protagonista. Questo ha fatto sì che molte persone senza niente da dire inondino il web di cose banali, se non proprio volgari. Ma se un vignaiolo o un produttore ha qualcosa di veramente interessante da raccontare, dovrebbe farlo in prima persona. Anziché ingaggiare un influencer, meglio che dedichi un po’ del suo tempo per apprendere la grammatica dei social e metterci la faccia.



Quanto contano ancora gli eventi fisici (fiere, degustazioni, press tour) rispetto agli eventi digitali? E come si possono integrare al meglio?


Il contatto umano conta e conterà sempre di più. Tanto più cresce la diffusione dell’AI, tanto più acquisisce valore la relazione. Vera, in presenza, condivisa. Meglio con un bicchiere di vino e una fetta si salame (anche vegano) davanti.



Vedete crescere la comunicazione legata all’enoturismo? In che modo una cantina può sfruttarlo non solo per vendere vino, ma anche per costruire reputazione e fedeltà?


L’enoturismo è considerato – a torto – la panacea di tutti i problemi odierni delle aziende vitivinicole. Non è così, o non lo è per tutti: dipende da molti fattori, non ultimo la collocazione geografica. Non basta offrire un giro in cantina, tre calici di vino e un tagliere di formaggi. Le persone cercano esperienze e autenticità, chi può fare bene queste cose deve dotarsi degli strumenti promozionali idonei per farle diventare un business, gli altri farebbero meglio a trovare altre nicchie.



Avete un dipartimento dedicato alle PR internazionali: quali sono le differenze principali nella comunicazione del vino tra Italia e mercati esteri?


Sono moltissime e al tempo stesso non ci sono. Mi spiego: ogni paese ha sfumature diverse nella percezione del vino e del cibo italiano, legato a fattori culturali e a scambi recenti o passati. Se parli con un giornalista americano (in particolare sulla east coast) molto probabilmente ti racconterà di avere almeno un nonno o un bisnonno italiano: il cibo diventa quindi un ritorno a casa.


L’inglese ti studia con metodo e ti stupisce con nozioni che tu francamente non conoscevi, il tedesco da l’impressione di guardarti con un certo distacco, ma in realtà capisci che muore dall’invidia e vorrebbe vivere come te. In generale comunque la percezione del cibo e del vino italiani sono più alti all’estero che nel nostro paese.



In che modo selezionate giornalisti e influencer giusti per un progetto, e quali criteri dovrebbero seguire le cantine per scegliere collaborazioni autentiche e di valore?


Conosciamo i nostri clienti e i messaggi che vogliono diffondere, ma al tempo stesso cerchiamo di comprendere interessi e propensioni degli stakeholders. Quindi facciamo un match tra i due.



Oggi molte cantine fanno pubblicità online. Quali errori vedi più spesso nelle campagne digitali del settore vino e come li evitate voi?


L’errore più grande è il conformismo. Fare qualcosa perché lo fa il vicino di casa (anzi di cantina) è sempre sbagliato. Nella stragrande maggioranza dei casi siamo ancora fermi a “tra tradizione e innovazione in una splendida cornice”. Bisogna trovare gli elementi che rendono unico il brand e nel vino non è un processo sempre facile a causa dell’enorme numero di player. È una sfida che può portare a grandi soddisfazioni.



Come si può misurare concretamente il ritorno di una strategia di comunicazione nel mondo del vino, che spesso ha tempi lunghi e risultati non immediati?

Sono cicli pluriennali, bisogna concentrarsi su KPI di breve periodo come il numero di menzioni sui media e la reach sui social media.



Se dovessi consigliare alle cantine un’unica priorità per i prossimi 3 anni in termini di comunicazione e marketing, quale sarebbe?

Ascolta il mercato e sii disposto a cambiare tutto. Chi non evolve si estingue.


Photo credit: Michele



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Salute e alla prossima!
E non scordarti: Sii curioso e assaggia sempre qualcosa di nuovo 🍷


👋🏻 Ciao, sono Mihaela Cojocaru DipWSET | Autrice del libro "Metodo WINExcel"   Export Coach   WSET Educator | Docente export & digital marketing c/o Italian Food Academy & Methodus Srl (Edotto)  | Event Planner


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