Giuseppe Perla: il futuro del wine tourism pugliese tra formazione e autenticità

Mihaela Cojocaru • 3 dicembre 2025

Giovane, appassionato e profondamente legato alla sua terra, Giuseppe Perla rappresenta una nuova generazione di professionisti che stanno trasformando il volto del wine tourism in Puglia.


Fondatore di PUGLIADHOC, Wine Tour Manager, WSET L2, Sommelier AIS e Maestro assaggiatore ONAF, Giuseppe unisce competenze tecniche e sensibilità umana per creare esperienze autentiche e sostenibili, capaci di raccontare la Puglia attraverso il vino, la cultura e le persone.


Studente presso l’ITS Academy della Puglia per il Turismo e i Beni Culturali, ha scelto un percorso formativo che gli consente di coniugare ospitalità, storytelling e valorizzazione del territorio. In questa intervista ci parla del suo percorso, delle sfide del turismo del vino e dell’importanza di formarsi per crescere nel settore.


  • Giuseppe, come è iniziato il tuo percorso nel mondo del turismo e del vino? C’è stato un momento o un’esperienza in particolare che ti ha fatto capire che questa sarebbe stata la tua strada?


Tutto è iniziato quasi per caso, grazie a una collega. Mi trovavo a Como per lavoro e la responsabile di un settore frequentava un corso da sommelier. Spinto dalla curiosità di capire meglio cosa ci fosse nel calice, decisi di iscrivermi anch’io nel 2018. All’inizio lo feci solo per passione personale, senza alcuna intenzione di trasformarlo in un lavoro.


Man mano che approfondivo il mondo del vino, mi sono ritrovato completamente immerso in una realtà fatta di emozioni, cultura e persone. Quella curiosità iniziale, senza rendermene conto è diventata un punto di svolta: mi ha aperto la porta a un percorso che oggi rappresenta la mia vita professionale. Il turismo è stata l’evoluzione successiva.



  • Perché hai scelto di iscriverti all’ITS Academy della Puglia per il Turismo e i Beni Culturali? Cosa ti ha colpito di più del percorso in Sustainable and Experiential Wine Tourism Management?


La scelta è nata in un momento particolare della mia vita. Dopo il fallimento dell’azienda in cui lavoravo, mi sono ritrovato a percepire la Naspi e ad affrontare una situazione familiare complessa. Un giorno, durante un colloquio, mi chiesero se avessi esperienza nella gestione del personale nel settore dell’accoglienza, per un progetto che sarebbe partito non prima di due/tre anni. Avevo gestito personale in passato, durante il periodo in cui avevo una mia attività artigianale, ma non avevo competenze specifiche nell’hospitality.


Mentre guidavo verso casa riflettevo su quella domanda e su come poter rimediare a quella mancanza di esperienza. In quell’istante mi tornò in mente una locandina vista tempo prima, dedicata a un corso di enoturismo. Mi dissi: “In attesa che la situazione familiare si risolva, posso formarmi, imparare qualcosa di nuovo e farmi trovare pronto”. Arrivato a casa, mi sono candidato al corso.


L’ITS Academy della Puglia mi ha permesso di unire le mie competenze tecniche alla mia passione per il vino, scoprendo un mondo in cui accoglienza, sostenibilità e autenticità si incontrano. È stato l’inizio di una rinascita, sia professionale che personale.



  • Durante la tua formazione all’ITS, quali competenze hai scoperto essere fondamentali per chi lavora nel turismo del vino oggi?  (Tecniche, relazionali, digitali o di storytelling?)



L’esperienza all’ITS mi ha fatto capire che nel turismo la competenza non si misura solo in nozioni tecniche, ma soprattutto nella capacità di comunicare e relazionarsi. Le competenze tecniche (conoscere i vitigni, i processi di vinificazione e le denominazioni) sono fondamentali, ma da sole non bastano. Oggi chi lavora nell’enoturismo deve saper creare emozioni, leggere le persone, capire i loro tempi e i loro interessi.


Ho scoperto anche quanto siano importanti le competenze digitali e di storytelling: saper raccontare un territorio con autenticità, attraverso immagini, video e parole, è ciò che permette di far vivere l’esperienza anche prima che inizi davvero. In fondo, il vino è un linguaggio universale, ma è la sensibilità umana a trasformarlo in racconto e connessione.



  • Dal tuo punto di vista, quali qualità deve avere un buon Wine Tour Manager? E quali sono le doti umane che fanno davvero la differenza nell’accoglienza?


Credo che un buon Wine Tour Manager debba essere, prima di tutto, un ottimo ascoltatore e osservatore. 

Non basta saper parlare di vino: bisogna saper leggere le persone, coglierne i segnali, comprendere chi si ha davanti e adattare la comunicazione per creare empatia e far sentire ogni ospite parte di un momento unico.

Servono organizzazione, conoscenza, curiosità e un costante desiderio di migliorarsi.


Ma ciò che fa davvero la differenza è l’autenticità: accogliere con il cuore, trasmettere passione e rispetto per ciò che si racconta. A volte, un sorriso sincero e la capacità di far sentire l’ospite “a casa” valgono più di qualsiasi presentazione perfetta.


Accanto a queste qualità umane, ci sono poi le competenze trasversali indispensabili per operare oggi nel turismo del vino: la conoscenza del marketing e dello storytelling, la capacità di utilizzare strumenti digitali per comunicare e promuovere esperienze, e l’attitudine alla raccolta e analisi dei dati per comprendere il comportamento dei visitatori e migliorare costantemente i servizi offerti. Solo l’unione di queste abilità (umane, tecniche e analitiche) permette di costruire esperienze enoturistiche davvero complete e personalizzate.



  • Da dove provengono i turisti che partecipano alle esperienze enoturistiche in Puglia? Ci sono differenze nel modo in cui italiani e stranieri vivono il turismo del vino?


La Puglia accoglie turisti da tutta Italia, ma sempre più spesso arrivano visitatori dall’estero, soprattutto da Germania, Francia, Olanda, Stati Uniti e Regno Unito. Nel 2025 la regione ha registrato circa +12% di arrivi e +10%   di presenze, segnando una crescita significativa rispetto all’anno precedente. Un dato che conferma quanto la Puglia sia ormai riconosciuta come una delle mete più apprezzate per il turismo esperienziale ed enogastronomico.


Gli italiani cercano esperienze autentiche e un contatto diretto con le persone: vogliono scoprire la Puglia più vera, quella che si respira nei piccoli borghi e nelle cantine familiari. Gli stranieri, invece, viaggiano di più e arrivano spesso con esperienze consolidate di enoturismo alle spalle. Hanno visitato cantine del Nuovo Mondo come California, Australia o  Sudafrica, dove tutto è più strutturato, tecnologico e orientato al marketing.


Quando arrivano in Puglia, però, cercano e qualcosa di diverso: autenticità, spontaneità e umanità. Vogliono vivere l’esperienza reale di una terra genuina, sentire il calore dell’accoglienza, respirare il profumo delle vigne, ascoltare la storia del vino raccontata da chi lo produce. Quello che trovano, nella maggior parte dei casi, li sorprende: un equilibrio tra tradizione e bellezza, dove la semplicità diventa valore e il vino è un pretesto per scoprire un territorio che sa emozionare.


Alla fine, italiani e stranieri cercano la stessa cosa: emozioni sincere e connessioni vere. E la Puglia, con la sua luce, i suoi sapori e la sua autenticità, ha un modo unico di offrirle.



  • L’enoturismo in Puglia è stagionale o ci sono visitatori anche in inverno? Come cambia l’esperienza a seconda del periodo dell’anno?


L’enoturismo in Puglia è ancora principalmente stagionale con picchi tra maggio e settembre, ma i flussi si stanno allungando ai mesi spalla. Inizio a seguire diversi tour a partire da febbraio così come a novembre, in parte grazie a offerte mirate e a un quadro normativo regionale favorevole.


L’esperienza cambia di conseguenza: nei mesi primaverili ed estivi cresce la fruizione soprattutto all’aperto con visita ai vigneti ed eventi serali, mentre in autunnoinverno si moltiplicano proposte specifiche come verticali e masterclass, con maggiore disponibilità per gruppi con ritmi più lenti.



  • Hai da poco fondato PUGLIADHOC. Ci racconti com’è nata l’idea e in che modo valorizza la Puglia attraverso esperienze autentiche?


PUGLIADHOC è nato durante il mio percorso all’ITS: dopo due mesi di corso ho presentato un primo concept come press tour per raccontare la Puglia del vino a giornalisti internazionali. Da lì l’idea è cresciuta in un vero brand: un “ombrello” sotto cui progettare esperienze su misura, “ad hoc", che mettano al centro il racconto del territorio.


Ogni esperienza è costruita come un racconto: il vino è il filo conduttore, intorno ci sono i luoghi, le tradizioni, la luce, la musica e le storie delle persone. Questo si traduce in momenti concreti e diversi a seconda della stagione: una passeggiata in vigna tra i muretti a secco, una verticale in barricaia d’inverno, un itinerario tra masserie e borghi con abbinamenti, fino a format educativi dedicati a scuole e operatori.


Valorizziamo la Puglia attraverso una cura territoriale attenta, che unisce terroir, architetture rurali e cucina di comunità, rispettando la stagionalità reale. Lavoriamo in filiera con partner del territorio, riconoscendo valore e dignità a chi produce: in particolare, le collaborazioni con Cantine Paololeo e Candido ci permettono di offrire contenuti enologici solidi e accessi speciali. Privilegiamo piccoli gruppi e soluzioni su misura, con ritmi lenti e ascolto delle esigenze di ciascuno, così da aprire porte che normalmente resterebbero chiuse e creare un contatto più profondo con i luoghi.


Crediamo nella destagionalizzazione: programmiamo format differenti per ogni periodo dell’anno, offrendo motivi validi per vivere la Puglia oltre l’estate. E teniamo alta l’asticella della qualità: standard chiari, prenotazioni garantite, logistica e sicurezza curate, perché l’esperienza sia bella e affidabile dall’inizio alla fine.


Le difficoltà non mancano: l’offerta è frammentata, la logistica complessa e farsi conoscere richiede tempo. Le affrontiamo costruendo rete, progettando con metodo e misurando l’impatto: allunghiamo la permanenza media, distribuiamo valore nelle aree interne e creiamo relazioni che durano. Per me la Puglia non si visita soltanto: si vive e si degusta, un incontro alla volta.



  • Tra le tante attività che svolgi, cosa ti appassiona di più: l’organizzazione dei tour, il contatto con le persone o la narrazione del territorio?


Tutte e tre tengono insieme il progetto, ma ciò che mi appassiona di più è l’organizzazione. Amo costruire l’esperienza dal backstage: dallo scouting dei luoghi al timing, dal coordinamento dei partner alla logistica di spostamenti e accessi, fino ai piani B, ai budget e alla sicurezza. Mi piace trasformare vincoli e stagionalità in soluzioni eleganti, così che ogni dettaglio serva il senso del racconto.


Quando la macchina organizzativa funziona, il contatto umano e la narrazione possono respirare. Vedo i gruppi scorrere al ritmo giusto, i partner lavorare in sincronia e l’emozione accendersi nel momento perfetto. È lì che capisco che l’organizzazione non è burocrazia: è cura. È ciò che rende un tour fluido, autentico e memorabile, e mi fa sentire che sto davvero facendo la differenza.



  • Hai anche conseguito la certificazione WSET. Cosa ti ha spinto a intraprendere questo percorso e come ha arricchito la tua visione del vino e dell’accoglienza enoturistica?


La certificazione WSET è stata per me un passo importante verso una visione più ampia e internazionale del vino. 

Mi ha dato un quadro internazionale e un linguaggio comune, trasformando la competenza tecnica in esperienze enoturistiche più chiare, accessibili e memorabili. Ha affinato il mio metodo di assaggio e di comunicazione, permettendomi di raccontare il vino con precisione a pubblici diversi e di collegare la Puglia al panorama mondiale dialogando con ospiti e partner internazionali.


Oggi riesco a coniugare la precisione del linguaggio del vino con la dimensione emotiva dell’esperienza enoturistica. Il WSET mi ha insegnato a calibrare profondità e lessico, mantenendo precisione ma evitando tecnicismi gratuiti. Questo migliora flussi, tempi e contenuti: la parte tecnica sostiene la narrazione, non la sostituisce, e rende ogni passaggio dell’esperienza più leggibile, dall’abbinamento cibo–vino alla gestione delle aspettative.



  • Giuseppe, chiudiamo parlando di formazione. Quanto è importante, secondo te, continuare a formarsi nel mondo del turismo e del vino? E in che modo la formazione può fare davvero la differenza nella carriera di un giovane professionista come te?


La formazione è fondamentale, ma non deve mai essere vista come un punto d’arrivo: è un percorso continuo che tiene allineati competenze e mercato in un settore che evolve ogni giorno. Bisogna aggiornarsi, sperimentare e mantenere viva la curiosità. Oltre al percorso da Sommelier e al WSET, In parallelo, ho approfondito l’analisi sensoriale diventando Maestro Assaggiatore ONAF, perché conoscere i prodotti del territorio in modo tecnico aiuta a raccontarne l’autenticità con più precisione.


E non ho intenzione di fermarmi qui: ho già in programma di proseguire con i corsi da degustatore di olio e birra, perché nell’enoturismo la qualità dell’accoglienza nasce dalla capacità di collegare vini, cibi e culture locali. Ed è proprio per questo che la formazione continua non è solo un dovere professionale, ma un vero e proprio atto d’amore verso la mia terra e verso chi la sceglie per vivere un’emozione.


Oltre alla formazione serve sensibilità: la formazione deve creare ponti, non piedistalli. Saper spiegare perché un vino emoziona conta più che esibire nozioni; per questo unisco metodo e sensibilità così la precisione diventa calore e l’ospitalità lascia davvero traccia.



Photo & info: Giuseppe



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Salute e alla prossima!
E non scordarti: Sii curioso e assaggia sempre qualcosa di nuovo 🍷


👋🏻 Ciao, sono Mihaela Cojocaru DipWSET | Autrice del libro "Metodo WINExcel"   Export Coach   WSET Educator | Docente export & digital marketing c/o Italian Food Academy & Methodus Srl (Edotto)  | Event Planner


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